Il cibo nella letteratura popolare di Franca Molinaro

  Nella quotidianità del volgo, come nelle sue espressioni letterarie, i primi bisogni elementari sono sempre presenti, il cibo ed il sesso sono argomenti reiterati ed abusati. In quest’occasione prenderò in esame alcuni elementi della tradizione popolare in cui compaiono gli alimenti. Vito Acocella da Calitri così scrive: V’larria ca chi’vess’r’ maccarun’,    la m’ndagna r’ Somma, cas’ ‘hrattat’,  e 1’ acqua r’ lu mar’, vin’ ann’vat’”. Il desiderio di un buon pasto era tanto forte da coinvolgere tutta la natura. A Monteverde, Idea Corbo e Vincenzo Continiello riportano la seguente filastrocca: Ru furmagg’ raj curagg’, la cucozza nu’ me ‘ncozza, la pulenda quera allenda, la ciambotta quera abbotta, la patana scazza e mbana, lu p.parul’ lassel’ ra sul’, lu fnocch’ a cocch’ a cocch’, l’acc’ o che bell’ vin’ chi sacc’, lu rafanieggh’ n’aut’ bcchjrieggh’, lu prsutt’ fott’ a tutt’, ngimm’mitt’ lu vin’, jangh’ russ’ e sopraffin’ ». A Teora, Emiddio De Rogadis, aggiunge: « Disse l’acc’ che bell’ vin’ chi’ sacc’, rispunnivo lo rafaniello facimoce no’ bello bicchiriello, respunnivo lo fenocchie jamucinn’a cocchia a cocchia, disse la patana jammongenne chiano chiano, rispunnivo la pastinaca  ma ‘ndò s’abbiano ‘sti pacci ‘mbriachi ? »  a Sant’Andrea di Conza, Fedele Giorgio scriveva : « A lo juorne dalle e dalle, a la sera cucozze e talle, a la notte dorme cu Tolle: tu te cride ca so’ de metalle?” è chiaro che per tanto lavoro, più l’attività sessuale, il corpo ha bisogno di una alimentazione sostanziosa e non verdura e zucchine. Sesso e cibo vanno a braccetto anche negli indovinelli a doppio senso: “Lu ficche tiso e èsse muscio”. Naturalmente è lo spaghetto nell’acqua di cottura. Il problema della miseria è ricorrente, a Santo Stefano del Sole così sono incitati i giovani fidanzati: “‘’Nzuatevi ‘nzuratevi virrilli, ca vanno a buon mercatu le cipolle, ‘n’capo a n’anno faciti li figghi e l’infasciati cu li curi e l’agghi.” Giuseppe Buonfiglio da Lauro annota sempre sulla miseria: “Vino vinello a famma è brutta a carastia è bella. I mo’ m’aggarbo ‘n’facci’a ‘sta cipolla.” Il canto dei mietitori di Lauro è attento a non urtare la suscettibilità dei padroni: “Mo’ ch’avimo fenuto a magnà facimo ‘no stornello pe’ l’amore. A sta tavola s’hadda ringrazià primma a Dio e roppo a lu patrone. Nun c’è mancato né pane e né vino a lui ranne a lu figlio re Maria. Si ‘nge fosse mancata cacche cosa ‘nge la pigliassemo co lo servo nuosto. Patrone mio te voglio arricchì cum’a no cane voglio faticà cum’a nu lupo voglio mangià”. A Lapio, Cesare Carbone riporta l’atteggiamento di chi, per propria volontà, è andato a letto senza cena: “Chi ngagna ‘n’terra rescagna, tutta notte rasca e sputa, cena mia addò sì gghiuta?”. A Greci, Lucia Gliata racconta la preoccupazione di un massaro che non vuol dividere il vino con gli amici: “Vino mio quanto sì doce, viato quera terra che ti fece. T’aggio stentato co tanto sudore mo’ te vuonno fotte tutti l’amici.” Qui, a Calvi c’è il canto di richiesta del pranzo: “Tutti li mizzijuorni hanno sonati sulo lo mio non’ha sonato ancora. Te preo sacrestano valo sona, fa mangià a chi non’ha mangiato ancora. Zia patrona conza la ‘nzalata, la parziona mia conzala a parte la voglio realà a l’amore mio. Te lo dico a te fronna e limone chi mangia mo’ se pozza strafocane.”  Beniamino Tartaglia da Aquilonia ricorda l’amarezza del mietitore che ha ricevuto poco cibo scadente e la vigoria che mette l’aglio da sempre ritenuto afrodisiaco per gli uomini:” Come pozz’ mete si mang’ cipodde, so’ senza forza int’a le brazze, ma si me mang’ l’aglie frusce rano mie se no te taglie.” I cibi compaiono nei canti di questua del carnevale o del capodanno: “E je che agge besuogne re nu poch’ re lard’, nu salut’ lo lass’ a Cerard. E je ca nun’agg’ ancor’ mangiat’ n’auto saluto lo lass’ a Runat’. Epur’ si no’ me rat’ manc’ ‘na pastett’ ‘no saluto lo lass’ a ‘Ntuniett’. A Vallata, Lorenzo Rocco di Meo riporta gli elogi alla donna amata intenta nelle faccende domestiche:” E l’aggio viste ste roie vrazze quanno ‘mbasti li maccarune e pi la forza ca tu ci mitti s’aliza l’anca e se sponda lo pietto. Bella figliola ca cierni farina co lo culo no’ zuculiò ca co lo fruscio ri re menne la farina la fai abbulò.” A Calvi, il cibo diventa invettiva: “Facci e ‘na cicoria verde e amara, Cristo te l’ha levato lo colore, te l’ha levato pe te fa dannà ca tutti se mmariteno e tu no”. Ma è anche  risposta pungente come riporta Vito Acocella: “O brutt’ baccalà mal’ spunzat’ m’hai fatto perde ndunn’ l’appetito, lu viern’rì e lu sapat’ si mangiat’ sulo lo viern’rì si preferito, ma vì che brutt’ nom’ vui tinit’. A lu sapet’ e la dumenec’ sit’ mangiat’ a lu lunnirì t’ scetten’ fetentut’”. Oppure rancore di amore tradito: “Lo frutto era roce e mo ea amaro ave pers’ quill’ roce sapor’, veness’ la mort’ e ce mettess’ repar’ già ca la bella mia ha cangiat’amor’”. Ma il verso più bello è quello che paragona la propria amata ad una ciliegia, comune ovunque: “Come sì fatta bella me pare ‘na cerasa te vurria dà ‘no vaso a do’ me piace a me!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Equinozio di primavera: giornata mondiale della poesia, di Franca Molinaro

 Ottopagine 22 marzo 2014
“San Biniditto (21 marzo) la rinola a lo titto ma si no’ bene pe’ l’Annunziata (25) o è morta o stace malata”, abbiamo tempo, dunque, fino a martedì, poi dobbiamo incominciare a temere, già perché quest’anno di rondini non se n’è viste ancora, i nidi sotto i cornicioni, sfaldati dalla pioggia, sono colmi solo di speranza. L’assenza di rondini è un segnale di degrado ambientale, ci auguriamo che la situazione non precipiti con ulteriori aggressioni al grembo della Grande Madre perché i fumi dell’oro nero cancellerebbero definitivamente i voli garruli delle messaggere primaverili. Intanto l’annuncio della rinascita è affidato ai passeracei che amoreggiano cinguettando, ai ranuncoli dalle corolle dorate, che gareggiano col sole per splendere in tutta la loro bellezza. Mandorli, peschi e susini hanno indossato l’abito nuziale e ingrossato le gemme, la fruttificazione, ora, dipende dal sole e dalla cura dell’agricoltore. Tutt’intorno, il cielo azzurro, è garanzia del ritorno alla luce, la natura si sveglia e le creature tutte si preparano ad affrontare un nuovo ciclo vitale. L’equinozio di primavera, che segna l’ingresso nel nuovo anno astrologico, è il momento dell’anno, insieme all’equinozio autunnale, in cui il giorno e la notte pareggiano le ore, dopo il 21, l’oscurità si ridurrà sempre più. Il ventuno marzo è anche la Giornata Mondiale della Poesia istituita dalla XXX  sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo dell’anno seguente. L’istituzione di tale giornata riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo interculturale in funzione della pace. La poesia, tra le più nobili delle arti ma, sicuramente, la meno redditizia, è spesso bistrattata per non essere fonte di reddito ma semplice moto dell’anima, espressione di chi “ha poco contatto con la realtà e vive in un mondo oltre le nuvole”. L’UNESCO però, ben ha inteso quanto importante è l’espressione poetica rispetto ai singoli e alla comunità. Se per il singolo individuo la poesia, come la scrittura tutta, è un atto terapeutico capace di restituire la serenità interiore liberando dai numerosi fardelli interni ed esterni, per una civiltà, la poesia è il mezzo attraverso il quale si individuano e si comprendono le problematiche meno evidenti, è il segnale che indicizza il livello di sofferenza o di pace, di serenità sociale o di malcontento perché, da sempre, il poeta è “figlio del suo tempo”. Coerenti con la nostra linea di condotta, noi del Centro di ricerca tradizioni popolari la Grande Madre, abbiamo ritenuto opportuno iniziare le attività del 2014 celebrando la giornata sia come inizio della primavera e quindi di rinascita, sia come proposta dell’UNESCO. Per festeggiare la bella stagione, nella sala consiliare di Bonito, Erminia Barbieri e la sua scuola di ballo hanno creato una coreografia sulle note della musica popolare. Le chitarre di Nunzio Lucarelli e Gerardo Lardieri, del Centro La Grande Madre, hanno ottimizzato l’atmosfera apportando convivialità e gioia, indispensabili per la giusta riuscita di ogni evento. Per rendere onore al territorio, abbiamo parlato di poesia irpina con Paolo Saggese e il suo ultimo testo, Storia della poesia irpina 2, da primo Novecento ad oggi, Edizioni Delta3. In merito, dopo il saluto del sindaco di Bonito Antonio Zullo e dell’ass. David Ardito,  è intervenuto Giuseppe Iuliano del CDPS, Paola Silano del Centro La Grande Madre e l’autore, il tutto moderato da chi scrive. Il testo, che raccoglie 102 profili di poeti, è il seguito di un primo già edito da Sellino Editore. La meticolosa ricerca del professore Saggese ha portato alla luce numerosi scritti abbandonati in biblioteche pubbliche e private e ridato dignità a personaggi che hanno affidato alla poesia le pene e le gioie, le tribolazioni e la storia di varie generazioni. Molti i ritratti di poeti dell’ultima generazione, segno, forse, di una comune sofferente coscienza sociale o, forse, solo risultato della scolarizzazione che, finalmente, ha donato dignità culturale a tutto il popolo. Una sezione è dedicata anche ai poeti dialettali che, in questi anni, abbiamo proposto e incoraggiato attraverso il Raduno annuale di Montemarano e il concorso di poesia dialettale. Il capillare lavoro di Saggese, in qualche modo è parallelo alla nostra ricerca in campo antropologico, dare dignità alla letteratura di un luogo è come riscoprirne le tradizioni, la storia, è come dipingere i ritratti di chi ha vissuto quella terra, chi vi ha sofferto e chi l’ha amata. Il nostro entroterra, come ben scrive Ugo Piscopo nell’introduzione, è sconosciuto nel resto del territorio nazionale, sia in termini culturali che geografici, studiarlo significa valorizzarlo e promuoverlo nelle sue bellezze siano esse paesaggistiche che letterarie. Un territorio studiato è amato e di conseguenza è maggiormente protetto dall’insidie di possesso o sfruttamento. Dare identità a un popolo significa anche conferirgli una statura morale capace di affrontare il nemico e vincerlo mentre, un popolo sconosciuto porge il fianco agli aguzzini e si lascia scacciare o avvelenare, si lascia conquistare, la storia ne è testimone.

 

 

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La domenica della pignatta

La domenica della pignatta                                                       di Franca Molinaro
I quattro giorni successivi al carnevale sono giorni di magro, di astinenza, di penitenza, la quaresima annunciata il mercoledì con l’imposizione delle ceneri è ormai una realtà ma, nell’aria si avverte ancora un residuo di allegrezza, reminiscenza dei lazzi carnevaleschi o attesa della domenica, in qualche luogo detta “Carnevalicchio”. In alcuni paesi come Montemarano o Castelvetere si tratta di una nuova puntata del carnevale, la messa in scena della sua morte, il testamento e infine il rogo in cui il pupazzo brucia sulla piazza, tra il lamento funebre della vedova e le risa degli astanti. In tanti altri, invece, si compie un rito dalla molteplice valenza. Lungo tutto lo stivale, ma persino nell’odierna Spagna, si festeggia la domenica della pignatta”, con ritualità più o meno somiglianti ovunque. A  Calvi (BN) è l’Associazione Fornillo a organizzare la manifestazione. La prima domenica di quaresima, tutta la contrada si riunisce in un luogo spazioso, preferibilmente un’aia dove, sospese a un filo di ferro, si trovano tre pignatte. Nel caso di Fornillo, la pignatta non è sospesa in aria ma appoggiata a terra in un cerchio disegnato sul selciato, sul lato corto di un rettangolo. I presenti versano una simbolica quota di iscrizione poi, l’ordine di partecipazione è estratto a sorte. Ogni concorrente è accuratamente bendato e fatto girare più volte su se stesso infine, armato di un lungo bastone è lasciato libero di andare incontro al suo trofeo, la pignatta, posta a una ventina di metri di distanza. Durante il tragitto il concorrente prosegue ascoltando i suggerimenti dei presenti che, spesso, per divertimento, portano il cavaliere bendato in tutt’altra direzione. Se il concorrente esce dalla linea che segna il campo, è subito squalificato, se arriva nei pressi della pignatta è incitato a sferrare il colpo, uno solo che, solitamente cade a vuoto nell’ilarità generale. Quando il pubblico è sazio di burle e di risa guida correttamente i concorrenti e i colpi cadono sulla bella stoviglia di terracotta che va in frantumi. Il premio per i vincitori è un salame o del formaggio, alimenti che rimandano ancora al carnevale. Nei luoghi dove la pignatta è sospesa, la si riempie di acqua, cenere, caramelle, di modo da rendere ancora più scherzosa la manifestazione. Il clima, dunque, è ancora quello di carnevale; tra risa, tarantelle e balli, la serata si conclude con vino, dolci e cibarie. Chiedo spiegazioni a Giuseppe Molinaro che, annualmente, si ostina a mantenere viva la tradizione unitamente agli abitanti della contrada. Mi spiega che il significato di questo rito è legato al cibo e alla quaresima. Il martedì grasso non si consuma tutto il cibo preparato per carnevale, come ad esempio il bollito di maiale, la “pizza chiena” o il “pastiere”, così la domenica si mangia ogni residuo, poi si rompe la pignatta per stabilire che, da quel momento fino al sabato santo, non si cucina più carne o frattaglie. La pignatta era la pentola per eccellenza nella civiltà contadina, in essa si cuoceva ogni sorta di cibo, dalla “menesta mmaritata” a quella vedova, i legumi e quant’altro, rompere questa stoviglia stava a significare digiuno o quanto meno, nulla di cucinato. Questo è tempo di patate e cipolle sotto la cenere accompagnate, magari, dall’intramontabile peperone sott’aceto, di pane asciutto con “sponzali” di cipolla, di “menesta asciatizza” che abbonda nei campi fino a Pasqua, e degli immancabili broccoli di rapa con la “pizza jonna”, la pizza di granturco cotta dentro il “chinco” di terracotta, sotto la brace. Questi i significati immediati che il popolo riconosce nel rito descritto ma, non è da escludere che, come ogni manifestazione rituale, a monte vi siano significati più antichi perduti di vista nello scorrere delle ere. La pignatta può avere tante corrispondenze ma a noi piace sostenere quella schiera di studiosi secondo cui, la stoviglia rappresenta l’utero sacro della Grande Madre dal quale, presto risorgerà la vita. La rottura della pignatta, volendo cogliere i doppi sensi che il volgo fraseggia, è l’atto copulatorio che attende alla procreazione, momento impegnativo e delicato in cui la propiziazione della fertilità animale e vegetale riveste un ruolo primario. In questo senso, il gesto del “rompere” lo ritroviamo ai matrimoni, con la rottura del piatto. All’arrivo degli sposi nella nuova casa, la suocera si avvicina con un piatto colmo di riso, un tempo grano, e lo lancia sulla coppia poi rompe il piatto lanciandolo, con decisione, sul pavimento. La “rottura” è simbolo della deflorazione alla quale la sposa va incontro ma anche interruzione di un periodo della vita, quello della giovinezza, per un nuovo cammino, quello della maturità all’interno della nuova famiglia. Così la pignatta si pone a chiusura del Carnevale, momento di sovversione, per la totale reintegrazione, attraverso la penitenza quaresimale, nella rinascita primaverile e pasquale.

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Montemarano: un carnevale antico quanto l’uomo


Sabato 8 marzo 2014, Ottopagine                                                    di Franca Molinaro 

La vecchia quaresima rinsecchita passa per vichi e cortili e spazza via gli ultimi confetti lanciati dai “Caporabballo” montemaranesi, già, perché in questo paese non si lanciano solo coriandoli ma veri confetti come a un matrimonio; è azzardato dirlo ma a me fa pensare allo “sposalizio della terra col sole”. Il Carnevale, iniziato con le maschere e i suoni di sant’Antonio Abate, vede il suo tripudio e condanna al rogo il martedì grasso, sarà poi bruciato domani in piazza. Nel nostro entroterra, il carnevale più antico e caratteristico è sicuramente quello di Montemarano, quest’anno trasmesso in diretta dalla Rai. Molti studiosi ne hanno scritto e tutti hanno concordato sull’originalità della tradizione. Il paese, arroccato su uno sperone dell’Appennino, come un’aquila reale vive con fierezza le sue peculiarità. La tarantella che porta il suo nome è compagna inscindibile del carnevale, non si sa chi dei due sia nato prima, questo ritmo arcaico comune a tutte le regioni del Sud, a Montemarano conserva sonorità uniche e altrettante valenze. Questo momento di passaggio e quindi di capovolgimento dell’ordine costituito legato forse ai riti di passaggio, a Montemarano presenta un rituale ascrivibile alle antiche processioni sacre, accompagnate da determinati suoni. I Montemaranesi, a giusta ragione, sono orgogliosi del loro patrimonio etnomusicale e lo propongono, oggi, a tutto il mondo collegandolo a diverse attività, nel corso di tutto l’anno. Il paese ha la fortuna di avere giovani operosissimi che si adoperano per la salvaguardia e la promozione del territorio, a partire dal giovanissimo sindaco Beniamino Palmieri, il presidente dell’associazione “Amomontemarano” Antonio Di Vito, l’ideatore e curatore del museo etnomusicale, ricercatore della tradizione sonora Luigi D’Agnese, il gruppo folkloristico  di Achille D’Agnese che ha portato le note della Montemaranese in tutto il mondo, la scuola di tarantella di Roberto D’Agnese. Una gioventù che non si arrende alla crisi e alla depressione ma si alimenta alla radice profonda e antica della propria cultura. Ma quale rischio corre una manifestazione che ogni anno vede arrivare un numero sempre maggiore di forestieri non sempre rispettosi delle regole vecchie di millenni? E’ vero, la tradizione popolare non è mai cristallizzata, è viva e si evolve perché è nella sua natura, ma il rischio di spettacolarizzare il rito derubandolo della sua anima originaria, è alto. Mi rivolgo a Luigi D’Agnese, responsabile del museo, lui ha recuperato la memoria di questo popolo con varie pubblicazioni e registrazioni, conosce le regole tramandate di generazione in generazione. Ecco alcune norme fondamentali per “Vivere la Tradizione” nel Carnevale di Montemarano:
– Il “caporabballo”  è la figura fondamentale, una maschera unica che compare solo in questo paese per questo deve essere rigorosamente maschio e locale, egli ha il compito di far rispettare le regole nell’ambito del gruppo che rappresenta. Un tempo, quando le serate si prolungavano nelle case private, il capofamiglia apriva la propria casa ma la responsabilità della festa era del caporabballo. E’ indispensabile l’ospitalità verso i forestieri ma bisogna spiegare che Montemarano non è il paese della trasgressione o del divertimento sregolato, occorre partecipare nel rispetto degli usi e costumi del popolo ospite. Durante i giorni di Carnevale, è necessario che siano i musicisti locali a suonare secondo regole stabilite non da noi ma da chi ci ha preceduto nei secoli scorsi. Questo non è un palcoscenico per esibire la bravura di alcuno. La stessa Montemaranese, in questa circostanza ha delle regole: non deve esagerare nella paranza con un’infinità di strumenti musicali, sono consentiti al massimo 2 clarinetti, 2 fisarmoniche e 2 tamburi, questo per avere una musica pulita, ascoltabile e, soprattutto ballabile. Le paranze debbono fare una preparazione preventiva per ottenere una coreografia ordinata e armonica. Inoltre non è il caso di adottare “suonate” nuove o importate perché il senso del tutto è dato dai ritmi originali che rappresentano la nostra storia. Altra cosa indispensabile è la riscoperta dei costumi tradizionali: Ballerinola, Caporabballo col bastone o con la scopa, Pulicinielli con le pagliette e i nastri variopinti, Pezzaro ovvero l’arlecchino montemaranese, Vecchio, Pacchiana. La comunità deve recuperare il valore del rito, una volta era aggregazione familiare, amichevole e piena di allegria, ci si riuniva una volta per casa e si consumava un pasto insieme, vicino ad un buon bicchiere di vino e un saporito salame paesano, poi tutti a ballare e a divertirsi. Il periodo che va da Sant’Antonio Abate al carnevale era uno scambio continuo di cene, incontri, consigli, prove di musica e coreografia. Oggi rischiamo di perdere di vista il senso vero del momento per uniformarci sempre più agli sfarzosi carnevali nazionali e internazionali”. Le perplessità sono comprensibili pur nella coscienza che non si può bloccare l’evoluzione culturale di qualsiasi ritualità ma, noi siamo certi, Montemarano saprà conservare la sua tradizione pur confrontandosi col mondo.

 

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I appuntamento con “Studi di etnobotanica”, con il patrocinio della Provincia di Avellino

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